Indoeuropeo: 3 – Ipotesi sulle origini / I parte

1 – Dalla lingua ai popoli
2 – Il problema delle origini
3 – Ipotesi sulle origini
4 – Il quadro complessivo alla luce dei dati etnici e linguistici
5 – Aspetti culturali non linguistici e relative comparazioni linguistiche
6 – Classificazione delle lingue Indoeuropee
7 – Cronologia
8 – Riferimenti

3 – Ipotesi sulle origini

Elemento fondamentale per la soluzione del problema relativo alla lingua protoindoeuropea, propriamente i “dialetti” che la componevano, ed ai popoli che ne facevano uso rimane dunque la questione relativa alla sede originaria di queste popolazioni.

Per definire questo fenomeno sono stati coniati da parte di linguisti tedeschi della fine dell’ottocento i termini di Urheimat, “patria originaria del popolo” e Heimweh, “dimora natìa del popolo” [1] dove per “popolo” occorre intendere, come già fatto osservare in precedenza, il gruppo di tribù affini.

Si intendeva dunque definire con tale terminologia il luogo di origine dei popoli parlanti la lingua indoeuropea o, per meglio dire, le sue presumibilmente numerose ma ben poco differenziate varianti.

La questione concernente il luogo di origine è collegata a quella riguardante la cronologia del fenomeno di diffusione il cui inizio, in linea di massima, è stabilito intorno al 4.500 a.C..

Le principali ipotesi avanzate riguardo all’epoca ed al luogo di partenza della loro diffusione non sono esenti in alcune varianti da contaminazioni ideologiche se non espressamente politiche e sono fondamentalmente riconducibili a tre atteggiamenti speculativi più o meno rispondenti a considerazioni di carattere scientifico, sebbene non tutti siano coerenti o perlomeno compatibili con la totalità dei fondamenti prodotti dalle varie discipline scientifiche interessate dal problema dell’Urheimat.

Il primo di questi atteggiamenti è fondato sulla eventualità di una migrazione violenta proveniente da nord o da nord-est. Formulata dai primi Indoeuropeisti è stata riproposta nel secolo scorso da Marija Gimbutas che l’ha espressa attraverso la teoria di un’invasione avvenuta durante il periodo calcolitico europeo da parte di un popolo detto della “cultura delle asce da combattimento“ originario dell’area definita “della civiltà dei kurgan” nella Russia meridionale.

Il secondo si fonda sull’ipotesi di una migrazione numericamente cospicua in direzione del continente europeo effettuata da parte di agricoltori neolitici provenienti dall’Anatolia, secondo la proposta, non da tutti condivisa, dell’archeologo anglosassone Colin Renfrew.

Il terzo è estremamente controverso e respinto dalla maggioranza degli studiosi e basa le proprie conclusioni sulla recente e particolare teoria detta “della continuità paleolitica“, o “PCT” elaborata da Mario Alinei, per il quale gli indeuropei si sarebbero stabiliti nelle loro sedi storiche addirittura già all’epoca della diffusione della specie Homo Sapiens sul continente europeo, avvenuta nel Paleolitico.

Occorre tenere in considerazione il fatto che la “teoria della continuità” non è interessata dalle questioni in merito alle migrazioni fermo restando il problema relativo ai Tocari e agli Indo-iranici, così come la teoria di Renfrew è autoesplicativa, poiché i coltivatori hanno ovviamente necessità di muoversi alla ricerca di nuove terre a causa della crescita demografica. Per cui gli studi delle cause che hanno determinato le migrazioni degli Indoeuropei, hanno ovviamente senso solo nel contesto della teoria “dell’invasione Kurgan”.

Cerchiamo allora di capire quali concetti siano espressi nelle teorie che a questi tre fondamentali punti di vista si riconducono:

3.1 – Ipotesi “migrazionista”

Il più diffuso ed accreditato modello elaborato per descrivere il fenomeno migratorio delle popolazioni indoeuropee si fonda sul principio che esse si siano ovunque sovrapposte in fasi successive alle preesistenti, imponendosi a queste e soggiogandole grazie alla supremazia militare fondamentalmente dovuta alle innovative tecnologie di cui erano in possesso. Di conseguenza esse imposero l’uso della propria lingua ai gruppi umani sottomessi. Questo modello è definito da Renfrew e da altri studiosi come “mutamento linguistico per sovrapposizione di un’ élites” e sul piano paletnologico è definibile come “migrazionista“.

L’opinione che queste popolazioni siano giunte da settentrione non è del resto fondata su presunte analogie storiche o su personali prese di posizione. Quest’idea trae invece spunto da approfondite e copiose analisi di carattere linguistico su quanto il lessicoricostruito del protoindoeuropeo mostra in relazione alla fauna e alla flora delle regioni che le popolazioni in questione avrebbero potuto abitare.

Questo virtuale vocabolario restituisce termini di uso comune e facilmente rilevabili atti ad indicare piante come il faggio o la quercia e per animali come il cervo, il salmone, il lupo, il cavallo. Non avviene altrettanto per animali come il leone. La sovrapposizione di mappe rappresentanti aree nelle quali erano presenti le specie animali e vegetali i cui nomi sono presenti e comuni nel protolessico restituisce con una certa precisione la probabile collocazione dell’Urheimat.

Ad esempio, si può osservare come il termine protoindoeuropeo corrispondente alla parola cervo sia *ker-wo-s, dalla radice *ker *kr, “testa“, collegata fra l’altro col greco κέρας “kéras”, “corno“. Il cervo era presente in tutta l’Europa. La radice corrispondente ad alce è *ark-, variante ”alk- “ (“essere forte”, “proteggere”), collegata tra l’altro col greco λχη, “alke”, “valore, vigore, forza“. Anticamente l’alce era presente in Europa eccetto che nelle zone mediterranee. Il termine per lupo è *wlkwòs, attestato nelle lingue indoeuropee mediterranee nella variante *lukwos, con metatesi fra *l e *w. Il vocabolo indicante il cane è *kwōn, genitivo *kunòs, che serve a definire quello che è considerato il primo animale addomesticato dall’uomo, come parrebbe mostrare una tomba presso Ain Mallaha, in Israele, e datata 12.000 circa ad oggi, sebbene non sia da escludere che la renna lo abbia preceduto. Il percorso ricostruttivo di quanti ricollegano il protoindoeuropeo alla più vasta superfamiglia “nostratica” è teso ad indicare che il termine sia comune a più famiglie linguistiche, siano esse indoeuropee o meno. Il risultato della ricostruzione nostratica ed eurasiatica della parola indicante il cane è una delle più affidabili. Con nostratico ci si riferisce ad una ipotetica protolingua del tardo mesolitico, epoca alla quale si riconduce la domesticazione del cane.

In ogni caso, tale termine non appare determinante in relazione all’areale di diffusione. Il vocabolo per salmone è *laks. Nelle parlate indoeuropee mediterranee è stato sostituito da un termine derivato dalla radice *sal con significato di, “saltare, salire, risalire“, come nel latino salmo. La sua zona di diffusione comprendeva i fiumi che sfociavano nel Baltico oltre che il Danubio ed il Volga. Il faggio è definito dal termine *bhāghos che potrebbe descrivere sia il “Fagus silvatica”, caratteristico dell’Europa occidentale, sia il “Fagus orientalis”, proprio invece del Caucaso e della zona degli Urali.

In linea di massima le indicazioni dedotte dall’analisi della paleontologia linguistica sembrano escludere l’Europa mediterranea. Le antiche zone di diffusione delle specie prese in considerazione e di altre ancora sembrano doversi collocare tra l’Elba, il Danubio, il Volga e l’Ural.

Sulla base di tali indicazioni i diversi teorici sviluppano ipotesi differenti. Il Devoto, ad esempio, indica un’area compresa fra la Germania e la Polonia attuali come la zona originaria della migrazione. Bosch-Gimpera colloca l’Urheimat più o meno al centro di un’area compresa tra il bassopiano germanico occidentale e il bassopiano sarmatico occidentale. Schmid lo pone decisamente sul Baltico, tra la Pomerania e la Lituania. Infine l’ipotesi di Maria Gimbutas, poi riproposta anche da James P. Mallory, che indica nella zona uralo-pontica il centro dell’irradiazione.

Accanto alle considerazioni rilevabili dall’analisi comparativa tra elementi linguistici e paleoetnografici vi sono ulteriori elementi a favore di una Urheimat nordica, in corrispondenza dell’area sarmatica. Questi elementi sono osservabili nelle manifestazioni tradizionali delle antiche culture di lingua indoeuropea e in modo particolare da peculiari miti cosmogonici già attestati nei Veda dell’India antica.

Per gli antropologi è noto come alcune tipologie descrittive del mito cosmogonico arcaico vadano connesse a culti astrali. Secondo tale interpretazione degli archetipi del mito sembrerebbe che in alcuni inni vedici siano indicate, ovviamente attraverso un linguaggio metaforico e sulla base della concezione del mondo propria dell’uomo arcaico, configurazioni astrali che era possibile osservare solo in specifiche aree dell’emisfero boreale prossime al circolo polare artico, in epoche di gran lunga anteriori alla redazione degli stessi Veda. Valutando le condizioni geografiche, etnologiche e linguistiche nelle quali sono sorti gli inni vedici appare estremamente improbabile che queste indicazioni siano state assunte da culture estranee. Se ne dovrebbe dedurre trattarsi di memorie ancestrali, conservate dalla classe sacerdotale dei gruppi di Indoeuropei che si spostarono in India a partire da una remota Urheimat settentrionale.

3.2 – Ipotesi “dell’invasione Kurgan” – M. Gimbutas

Una diversa interpretazione e fondata su un’attenta e migliore valutazione dei dati archeologici è stata proposta da Maria Gimbutas. La studiosa lituana ha esaminato con estrema attenzione le testimonianze relative alle culture materiali dell’Europa orientale, identificando gli Indoeuropei con una popolazione la cui cultura evidenzia caratteristiche che comunicano una notevole aggressività. L’impronta guerriera di questa facies dell’età del bronzo, il cui sviluppo locale è collocabile all’incirca tra il 4000 ed il 2000 a.C a nord del Mar Nero, è detta “cultura dei Kurgan“, a causa delle grandi sepolture a tumulo chiamate appunto “Kurgan” che la caratterizzano. In queste sepolture erano tumulati i principi locali insieme alle mogli, alle concubine, agli schiavi e a tutto il seguito, secondo un costume diffuso presso molte antiche civiltà.

Queste zone sono al contempo caratterizzate dalla presenza di affini culture come quella definita “di Sredny-Stog“, precedente alla “Kurgan”, il cui sviluppo è collocabile all’interno di un arco temporale compreso tra il 4500 ed il 3500 a.C. e che nell’ambito della teoria della Gimbutas rappresenterebbe al fase culturale prossima all’Uhreimat. E importante sottolineare che questa cultura sembra aver restituito le più antiche, sino ad ora, evidenze dell’addomesticamento del cavallo. Elementi forse connessi ad una primitiva bardatura risalenti alla seconda fase del percorso evolutivo di questa popolazione, compresa tra il 4000 ed il 3500 a.C. sono stati ritrovati presso il sito di Dereivka. In una prima fase successiva al 4500 a.C. si sarebbero differenziati il ramo anatolico, all’interno del quale si può forse identificare la manifestazione culturale detta “di Cernavoda“, e quello tocario, con buona probabilità coincidente con quanto manifestato dalla facies definita “cultura di Afanaseyevo“, 3500-2500 a.C. (o 2500 – 1900 per Alexe’ev, la cui datazione esprime una discrepanza decisamente eccessiva se confrontata con quella più generalmente accreditata). La successiva manifestazione, detta “di Yamna“, 3600 -2300 a.C.,che sostituisce la precedente è forse quella che prima ha dato inizio al fenomeno migratorio ipotizzato dalla Gimbutas. A questa succede dopo un periodo di coesistenza, quella definita “delle catacombe“, collocabile all’incirca nell’arco temporale compreso tra il 2800 ed il 1700 a.C.

Altra manifestazione di impronta similare sebbene chiaramente distinguibile è, nella vasta area interessata, quella indicata come “cultura di Okunev“, 1900 – 1500 a.C. (1800 – 1300 secondo Arutyunov), che sostituisce la precedentemente indicata. Inoltre sono da rilevare la cultura detta “di Poltavka“, 2700 – 2100 a.C. e forse quella denominata “di Andronovo“, 2200 – 1000 a.C. (1500 – 1100 secondo Teplouhov, altra differenza notevole rispetto alla cronologia sostenuta dai colleghi occidentali). Ad est, in un periodo successivo, la “cultura di Karasuk“, 1500 – 800 a.C. soppianta le culture “di Andronovo” e le evoluzioni di quella “di Afanaseyevo” manifestando caratteristiche che la fanno ritenere come il possibile risultato della commistione di elementi indoiranici e di locali siberiani (“cultura Glascoviana‘).

Il lavoro della Gimbutas sintetizza una situazione relativamente semplice e lineare per quanto concerne l’ingresso delle popolazioni indoeuropee nella storia europea ed asiatica. Costoro migrarono partendo dalla loro zona d’origine indicata tra gli Urali ed il Danubio. In conseguenza di tali movimenti si sarebbero sovrapposte un po’ ovunque alle preesistenti popolazioni neolitiche in territori che vanno dall’Europa occidentale all’India e, in quanto élites militari più progredite, poiché in possesso delle tecniche metallurgiche del rame e del bronzo, imposero a gran parte delle popolazioni sottomesse gli aspetti fondamentali, linguistici, materiali e religiosi della propria cultura.

Una peculiarità della cultura materiale di queste popolazioni e secondo l’ipotesi di Maria Gimbutas di tutti gli Indoeuropei era l’uso dell’ascia da combattimento [3] in bronzo fuso e del carro da guerra.

Sempre secondo la studiosa lituana esse si distinguono nettamente dalle civiltà neolitiche precedenti sul piano della società e della religione. Tipicamente indoeuropea sarebbe infatti la struttura patriarcale della famiglia, organizzata attorno alla figura del pater familias come una comunità famigliare allargata di tipo tribale. Per quanto riguarda la religione sono caratterizzati dalla netta predilezione per le divinità celesti e di genere maschile, in netta opposizione rispetto alla religione delle dee madri caratteristica sin dal paleolitico dell’Europa pre-indoeuropea.

Le conclusioni delle analisi che si occupano delle relazioni tra gli dèi uranici di impronta patriarcale tipicamente indoeuropei e le dee madri terrestri e lunari caratteristiche delle popolazioni preesistenti restituiscono alcuni tra gli aspetti più interessanti degli studi della Gimbutas sulla situazione culturale del periodo preistorico europeo. L’archeologa lituana osserva e pesa in modo accurato le testimonianze relative a ciò che definisce “linguaggio della dea”, ovvero, la manifestazione dei culti preistorici, del mesolitico e del neolitico, caratterizzati da divinità femminili collegate alla sacralità della terra. Tra le molte divinità preindoeuropee identifica una dea madre lunare e terrestre connessa con la sacralizzazione dell’uro nel paleolitico e del toro nel neolitico nonché una dea madre collegata al principio totemico della civetta o, in generale, dell’uccello notturno. Nel primo caso, la dea giovenca è una divinità posta in relazione con la fecondità e la sessualità ed in particolare connessione con il parto e con le fasi lunari. Le corna del bovino sono infatti simbolo della falce di luna. La seconda, la dea civetta, appare altresì collegata ai cicli di morte e rigenerazione. La dea giovenca e la dea civetta sono soltanto alcune fra le più comuni manifestazioni delle dee femminili preindoeuropee.

I tipici dèi del pantheon indoeuropeo sono al contrario collegati al culto del cielo, comprensibilmente l’unica realtà immutabile secondo la prospettiva di una cultura nomadica. Il “dio padre cielo”, per le sue caratteristiche di immutabilità, onniscienza e onnipotenza, si rispecchia in modo ineccepibile nella divinità nota come *Dyeus *pātēr letteralmente il “Padre cielo luminoso”. Da questo deriverebbero anche linguisticamente il Teshub degli Ittiti, lo Ζεύς πάτερ, “Zeus patēr”, dei Greci, lo Iuppiter (– Iovis) dei latini, il “Diauh pitār dei più antichi inni vedici, poi passato in secondo piano in favore di altre divinità come Varuna e Indra, il Tiwaz-Ziu-Thorr dei Germani, in seguito surclassato da Wodan e il Dis Pater che Cesare riferisce essere dichiarato dai Galli come loro progenitore, presumibilmente identificabile con la divinità meglio nota attraverso l’epiteto di Esos o, come pervenutoci nella trascrizione latina, Æsus.

Un approfondimento decisamente suggestivo della teoria della Gimbutas è opera del francese George Dumézil, il quale, sull’analisi di un enorme patrimonio documentale relativo alla struttura sociale, alle religioni, alle mitologie delle varie popolazioni di lingua indoeuropea storicamente note, si propone di delineare il quadro complessivo della possibile struttura sociale caratteristica di queste tribù popolazioni nella tarda fase immediatamente antecedente la diaspora. Queste società appaiono, perlomeno nelle loro fasi più arcaiche, gerarchicamente suddivise in tre distinte caste. Quella dei i guerrieri, una seconda di sacerdoti ed un’ultima composta da mercanti, lavoratori e agricoltori. Le donne e gli schiavi erano relegati ad un ruolo di soggezione. Al vertice dell’organizzazione sociale vi è un re, protoindoeuropeo *rēgs, latino rēx, celtico rīx come dimostrano i nomi di principi celtici in -rīx e –rīks; sanscrito raja, greco ρήΥω, ”arégo”, “proteggere, governare”), ecc. In linea di principio si trattava di un capo carismatico eletto dai guerrieri e privo del ruolo forte che assumono invece i “re” delle civiltà mesopotamiche e dell’Egitto antico. Dumézil giustifica sui dati rilevati il riconoscimento di questa struttura come panindoeuropea e questa ripartizione in tre classi e funzioni sociali, che secondo Dumézil sarebbe tipica per eccellenza degli Indoeuropei, viene difinita attraverso l’uso del termine ideologia tripartita, o ideologia trifunzionale o, ancora, trifunzionalismo.

Questa società patriarcale rigidamente strutturata di guerrieri e sacerdoti si impone in modo più o meno violento alle società dei villaggi neolitici, oiginariamente in maggior misura egualitarie sia riguardo al ruolo dei sessi sia in funzione di quello sociale, determinando il passaggio traumatico dell’Europa occidentale all’età del bronzo, collocata nella fase finale del terzo millennio a.C. e causando in India il crollo delle “civiltà di Harappa”, “di Mohenjo Daro” e di quelle culturalmente connesse. Dunque, secondo l’immagine restituita dagli studi della Gimbutas e di Dumézil, quella degli Indoeuropei non sarebbe null’altro che una delle innumerevoli invasioni che le aree fertili e climaticamente favorevoli del Mediterraneo e dell’India avrebbero subito nel corso dei millenni fino tutto l’alto Medioevo. Semplicemente si tratterebbe della prima invasione che sia almeno indirettamente documentabile.

Dal momento che in realtà gli studi di Cavalli Sforza non sembrano affatto in collisione con la teoria della Gimbutas, nonostante quanto alcuni scorrettamente insistano a sostenere, l’idea che la cultura guerriera e patriarcale calcolitica dei kurgan corrisponda all’epicentro della diffusione degli Indoeuropei in Eurasia, può vantare forti indizi a favore, per quanto non tutti gli studiosi la condividano in maniera assoluta.

In conclusione, la teoria dell’invasione calcolitica, cosi come si presenta nella forma proposta dalla Gimbutas e da Mallory appare oggi fortemente accreditata e si può riassumere in questi termini:   

a – Idiomi riconducibili al protoindoeuropeo erano originariamente parlati da popolazioni stanziate nei territori dell’Europa nord-orientale, secondo i risultati della paleontologia linguistica e dello studio dei miti astronomici, fra l’Elba e gli Urali, verosimilmente in prossimità dell’area uralo-pontica dove si manifesta la cultura delle tombe a tumulo dette kurgan più che verso l’Europa centrale e ciò secondo i risultati incrociati della genetica e dell’archeologia.

b – La loro struttura societaria era di tipo patriarcale, retta da un *regs, cioè un capo guerriero eletto dai suoi simili, oltremodo differente rispetto ai re-dèi egizi così come nei confronti degli onnipotenti sovrani mesopotamici. Queste società erano caratterizzate da una suddivisione gerarchica tripartita espressa dalle caste dei guerrieri, dei sacerdoti e da quella di quanti producevano la ricchezza ed il sostentamento. Donne e schiavi erano posti in secondo piano.

c – Queste popolazioni professavano una religione politeistica al centro della quale erano collocate figure di dèi padri celesti, in opposizione alle religioni delle dee madri tipiche delle popolazioni sule quali si sono imposti. Il pantheon dei popoli Indoeuropei storicamente noti sono chiaramente il risultato di una fusione con la religione sostratica nel quale gli dèi padri detengono un primato che viene costantemente interessato dall’antagonismo della dee madri.

d – Questi gruppi si sono imposti nei confronti delle popolazioni neolitiche a causa di una decisiva supremazia tecnologica nella lavorazione dei metalli e grazie ai vantaggi derivanti dall’addomesticamento del cavallo. La lingua protoindoeuropea si afferma sulle lingue preesistenti in virtù della dell’imposizione da parte di un’élite militare.

NOTE

[1] Urheimat, tedesco ur, “originaleantico” e heimat, “casapatria”, IPA = uʁhajmat, indica, in linguistica, il territorio di origine dei parlanti una una certa protolingua.

Dal momento che i popoli tendevano a spostarsi e ad espandersi, non è possibile parlare di un’urheimat assoluta. Ad esempio, quando si parla di un’urheimat indoeuropea, questa non può essere corrispondente ad una urheimat germanica o romanza. Nel caso la protolingua sia attestata in tempi storici, la urheimat è generalmente indiscussa, come accade per l’Impero romano nel caso delle lingue romanze. Viceversa se la protolingua non è attestata, o non è attestata la sua esistenza, sia l’esatta locazione della urheimat così come la stessa esistenza della lingua può essere solo ipoteticamente dedotta.

Heimweh, genericamente traducibile come “mancanza di “, “ lontananza dalla terra natia”, assume qui il significato di “dimora natìa del popolo”. E’ un termine decisamente carico di implicazioni passionali che ha origine dall’enfasi romanticistica caratteristica del XIX secolo. Per questo motivo, sebbene sia possibile incontrare questa denominazione nei trattati dell’epoca riferibili al problema dell’origine degli Indoeuropei, è ovviamente preferibile l’utilizzo del termine Urheimat, decisamente più equilibrato.

[2] E’ importante sottolineare il fatto che il termine Indoeuropei non può indicare un insieme unico, granitico e omogeneo di umani quanto piuttosto un insieme di popolazioni accomunato da caratteristiche culturali di tipo linguistico e materiale. Stesso discorso in relazione alla lingua protoindoeuropea che non va intesa come una rigida e schematica manifestazione linguistica, quanto un insieme di parlate affini per origine e sviluppo morfologico, sintattico e lessicale. In buona sostanza, un insieme di “dialetti” parlati da popolazioni in possesso di caratteristiche culturali estremamente simili e probabilmente in grado di esprimere un elevatissimo grado di comprensione reciproca.

[3] La “cultura della ceramica cordata”, anche detta “cultura dell’ascia da combattimento” o ”cultura della sepoltura singola” identifica un ampio orizzonte archeologico iniziato nel tardo neolitico, evolutosi nel calcolitico e culminato agli inizi dell’età del bronzo, tra il 3200-2900 a.C. e il 2300-1800 a.C.. Essa coincide con l’introduzione dell’uso dei metalli nell’Europa settentrionale e si ipotizza abbia rappresentato una prima espansione dei linguaggi della famiglia indoeuropea.

I tratti caratteristici di questa cultura sono un tipo di ceramica con decorazione impressa con una cordicella, le asce da combattimento in bronzo fuso e la sepoltura singola per inumazione a terra o sotto bassi tumuli. In generale il defunto è deposto in posizione flessa. Sul terrotorio continentale gli uomini sono deposti sul fianco destro e le donne sul sinistro, il volto orientata verso sud, mentre in Svezia ed in alcune zone della Polonia settentrionale gli uomini sono posizionati sul fianco sinistro e le donne sul fianco destro, in entrambi i casi con la testa rivolta ad est.

Manifestazioni sepolcrali del genere, evidenziate da tombe a pozzetto sotto bassi tumuli tra lo Jutland e il fiume Bug Occidentale, proseguono per circa due secoli simultaneamente alla cosidetta “cultura del bicchiere campaniforme”, “Trichterbercher”, “TRB” o “Funnelbeaker” e “dell’anfora globulare” o “Kugelamphoren”.

Questa manifestazione culturale, di poco successiva, deriva dall’estensione più occidentale della precedente. Le prime testimonianze ci giungono dai territori dei Paesi Bassi nei quali tale cultura, pur mantenendo una similare organizzazione sociale e compatibili forme di insediamento, evidenzia l’acquisizione di nuovi elementi quali uso di bevande alcoliche, l’addomesticamento del cavallo, l’introduzione della metallurgia, la tessitura della lana, e l’abbando dell’uso dell’ascia a favore dell’arco.

In seguito appare documentata la sua diffusione in una vasta area compresa tra l’Irlanda ed il bacino carpatico e tra il Portogallo e la Sicilia e l’Africa settentrionalei interessando anche il territorio italiano settentrionale e centrale anche in virtù dello sfruttamento delle vie di comunicazione marittime e flviali.

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[ Articolo pubblicato il 25/11/08 e scritto da “kommios” ]


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