La lingua degli dei

Esiste un complesso di idee che il pensiero moderno ha rifiutato non tanto per la loro non corrispondenza ai fatti, ossia perché se ne possa dimostrare la non veridicità, ma piuttosto per incompatibilità ideologica; nel loro insieme, queste idee formano quello che viene chiamato il punto di vista tradizionale che, secondo alcuni rappresenterebbe la sapienza in contrapposizione alla scienza laica, profana, materialista.

Un’idea ricorrente in questo parco di concezioni non moderne o anti-moderne, presente in svariate tradizioni europee e non europee, è che tutte le cose avrebbero un “nome vero” che ne esprimerebbe pienamente la natura, e che nel loro insieme questi “nomi veri”, questi nomi autentici sarebbero parte di una lingua segreta, una lingua sacra, una “lingua degli dei” la cui conoscenza darebbe potere sulle cose stesse.

L’idea moderna, al riguardo, è che il rapporto fra una parola e ciò che essa designa sia di tipo convenzionale, cioè che non esista alcuna affinità, alcun legame intrinseco tra la parola e la cosa indicata.

Una convenzione si può stabilire in un modo oppure in un altro, ed è per questo che al mondo esiste un grande pluralità di lingue reciprocamente non intelligibili.

Secondo alcuni, tuttavia, questa non sarebbe che la verità più banale e profana sul linguaggio, che ogni cosa avrebbe un “nome vero” ignoto, perduto o dimenticato.

Non solo i primitivi, ma anche le persone non acculturate all’interno della nostra cultura “moderna” tenderebbero spontaneamente a pensare che un nome convenga “naturalmente” a un oggetto.

L’antropologo Mircea Eliade racconta di un vecchio contadino che parlando di un fiume sotterraneo disse che era talmente profondo che “non se ne sa” nemmeno il nome.

Anche la Bibbia echeggia questa convinzione. Noi potremmo leggere l’episodio della torre di Babele come il momento in cui gli uomini hanno perduto la conoscenza del linguaggio “naturale” per sostituirlo con le lingue convenzionali che hanno ovviamente formato una babele.

Una parziale eccezione alla convenzionalità delle lingue è rappresentata dalle onomatopee, ossia quelle parole che imitano i suoni degli oggetti che indicano, come ad esempio il verso degli animali. Il linguaggio infantile è ricco di onomatopee (come ad esempio “bau bau” per indicare il cane) che vengono poi man mano sostituiti dai termini del linguaggio “adulto”.

In realtà, se noi cerchiamo di risalire indietro verso le remote origini dei linguaggi, possiamo scoprire che molte più parole di quante ci immagineremmo, hanno un’origine onomatopeica. “Mlk” è un suono onomatopeico che indica l’atto del succhiare, ed è all’origine di un numero di parole sorprendentemente alto in linguaggi appartenenti ai ceppi linguistici più distanti; nelle lingue indoeuropee esso ha assunto il significato di “latte” (“milch” o “milk” nei linguaggi germanici, “mleko” in quelli slavi, ma è probabile che anche il latino “lac-lactis” e il greco “ga-lac ga-lac-tos” derivino da un originario (m)lac con caduta della “m” iniziale), ma si ritrova anche in ceppi linguistici diversi da quello indoeuropeo, dove assume a volte i significati di “bocca” o “testa”.

La sillaba “ma” è la più facile da pronunciare per un bambino, e probabilmente la prima che pronuncia; per questo motivo, singola o ripetuta, è diventata la radice della parola indicante la madre in quasi tutte le lingue.

Le onomatopee con le loro inaspettate derivazioni, tuttavia, costituirebbero solo i resti delle fondamenta del livello minimo (del livello elementare, potremmo dire) di un atavico “linguaggio naturale”.

Io ho avuto la fortuna, durante gli anni universitari, di essere stato allievo di Gaetano Kanisza, uno dei più creativi e originali psicologi italiani. Un giorno Kanisza disegnò alla lavagna due figure, una tondeggiante fatta di linee curve e l’altra invece irta e angolosa, fatta di segmenti rettilinei che si incrociavano con varie angolazioni, prevalentemente a punta.

“Queste sono Maluma e Tacchete”, ci disse, “Secondo voi, quale è Maluma e quale Tacchete?”

Questo piccolo esperimento non ci rimanda all’onomatopea quanto piuttosto a quel fenomeno molto interessante e ancora poco studiato dagli psicologi che è la sinestesia, ossia il fenomeno per cui avviene che uno stimolo sensoriale sia letto secondo una modalità diversa rispetto al canale percettivo per il quale ci è giunto. L’esempio più comune è quello della distinzione in pittura fra colori “caldi” e colori “freddi”: uno stimolo visivo viene “letto” secondo una modalità termica. La sinestesia sembra avere o aver avuto un ruolo importante nella creazione artistica, soprattutto in campo musicale. W. A. Mozart, ad esempio, si dice “vedesse” le note musicali (percepisse ad esempio il “do” come un blu brillante) e che di questa insolita facoltà si sia servito per le sue composizioni.

Nel caso dell’esperimento di Kanisza, abbiamo invece degli stimoli visivi che sono “letti” secondo una modalità sonora (“Maluma”, “Tacchete”). Il discorso sulla sinestesia potrebbe portarci molto lontano, quanto meno al misterioso nesso che sembra esistere fra creazione artistica, soprattutto in campo musicale, ma non solo, e magia. Per il momento, rileviamo che esso ci fa comprendere che il convenzionalismo non è il solo approccio possibile al problema del linguaggio.

Molte popolazioni primitive (ma forse sarebbe giusto dire semplicemente “non occidentali”) mantengono la credenza che ciascuna cosa e ciascuna persona abbia un “vero nome” segreto, e che la conoscenza di esso dia potere sulla cosa o sulla persona di cui si sa il nome. Per questo, gli appartenenti a queste culture si danno gran pena di nascondere il loro “vero nome” e usano al suo posto il “nome piccolo” che è pubblico.

Nel loro insieme, i “nomi veri” delle cose formano la “lingua sacra”, la “lingua segreta”, la “lingua degli dei” con la quale le cose sono state create semplicemente nominandole (Si ricordi il “Sia la luce” biblico).

Questa concezione ci dà una delle chiavi per comprendere il concetto di magia, la possibilità di operare sulla realtà mediante parole, formule, scongiuri, benedizioni e maledizioni, rituali che saranno efficaci purché il mago li formuli nella “lingua vera”, la “lingua degli dei”, della quale dovrà avere qualche barlume di conoscenza, o perlomeno sia giunta a lui (solitamente tramandata in segreto) qualche formula specifica.

Si potrebbe di nuovo fare riferimento all’episodio biblico della torre di Babele: gli uomini sarebbero stati privati della conoscenza della “lingua vera” perché essa li avrebbe resi così potenti da tentare l’assalto al cielo.

Qui tocchiamo una contraddizione insita nel cristianesimo (e nelle altre due religioni abramitiche, ebraismo e islam): da un lato esso afferma con forza il potere creatore della parola: “In principio era il Verbo”, dall’altro, a differenza delle religioni pagane, come dei culti primitivi e delle scuole esoteriche che hanno tramandato una parte dell’ “animus” pagano in un ecumene cristianizzato, non conosce che la parola del linguaggio ordinario, priva di efficacia sacrale e rituale. “Il cristianesimo non ha neppure una lingua sacra”, riconosce Massimo Cacciari in quell’intervista a Maurizio Blondet che ho citato più volte, e che rimarca come meglio non si potrebbe la caduta di livello che la cristianizzazione ha rappresentato rispetto alla religiosità antica.

Lingua sacra che è evidentemente altra cosa dalla lingua liturgica, il latino, che la Chiesa cattolica ha continuato a usare fino al Concilio Vaticano II (o meglio, quest’ultima è un’eco estremamente sbiadita della prima).

John R. R. Tolkien, lo sappiamo, è stato l’autore del ciclo narrativo del Signore degli Anelli ma, oltre a ciò (e in relazione con ciò) è stato anche uno dei maggiori linguisti della nostra epoca, che ha tenuto per decenni la cattedra di filologia germanica dell’Università di Oxford, uno dei più prestigiosi atenei del mondo. Ebbene, fatto che probabilmente non è stato considerato con l’attenzione che meriterebbe, Tolkien era un deciso oppositore dell’interpretazione convenzionalista del linguaggio anche se, bisogna dirlo, questo non era certo il solo settore nel quale Tolkien ha apertamente rifiutato il punto di vista moderno per abbracciare la concezione tradizionale.

Secondo Tolkien, vi sarebbe nelle persone una tendenza innata, del tutto indipendente dall’apprendimento, ad associare certi suoni a determinati significati, parole che – idealmente e tendenzialmente – potrebbero formare la “lingua vera” che le persone dotate della sensibilità “giusta” potrebbero comprendere indipendentemente da ogni esperienza precedente.

In questo contesto, egli attribuiva un valore particolare alla radice “car-“ nel significato di “rosso” che si trova in vari toponimi della lingua elica da lui inventata (Carhadras, Cardolan), ebbene, pare proprio che si tratti di una radice di origine latina da cui deriverebbero parole come “carminio”, “scarlatto”, forse anche “carne”.

Se la parola detta nella “lingua vera” è potente, lo sarà ancora di più se essa è cantata: il termine “incantesimo” esplicita in maniera molto chiara l’idea del canto come magia, e questo ci rimanda alla concezione degli antichi Celti (scommetto che vi chiedevate quando avrei cominciato a parlarne). Il bardo, il cantore, è il primo grado di un’iniziazione che, attraverso un secondo grado non molto conosciuto, l’ovato, è destinata poi a culminare nel druido. Il che equivale a riconoscere che per gli antichi Celti prendere un’arpa in mano e cantare significava compiere un primo passo sulla strada della magia. In questo, la concezione celtica non rappresenta certo un caso isolato, se pensiamo allo spazio che hanno la musica e il canto, ma anche la danza nei rituali di tutte le religioni, ma forse i Celti si sono spinti più avanti di altri popoli antichi nell’utilizzo della musica per fini psicologici: l’arpa e il flauto per la serenità e il rilassamento; la cornamusa e le percussioni per eccitare e aizzare alla battaglia.

Diffusa fra i Celti anche la metafora dell’ “uomo sonoro”, di cui il flauto costituisce la spina dorsale, le corde dell’arpa i nervi e i tendini, il sacco della cornamusa le viscere, che ci testimonia dell’importanza della musica nella cultura celtica.

D’altra parte, se noi osserviamo il potere che hanno ancora oggi, in maniera di certo casuale, alcune melodie di indurre chi le ascolta a muoversi al loro ritmo senza o addirittura contro la sua volontà cosciente, ci rendiamo conto che nel potere della musica di compiere “incantesimi” non c’è nulla di metaforico.

Torniamo a John R. R. Tolkien: la musica come magia, come potere creatore o distruttore non potrebbe emergere dalla sua opera con maggiore chiarezza. Tutti coloro che hanno letto Il Silmarillion ricorderanno certamente il duello di canti di potere tra Finrod Felagund e Sauron, ma c’è ben altro: il mondo stesso viene in essere attraverso la musica, la musica degli Ainur, e questa idea stranamente riecheggia (e credo che la parola mai sia stata più appropriata) le concezioni più avanzate della fisica contemporanea secondo le quali l’universo e le sue proprietà dipenderebbero dalle vibrazioni di minutissime “stringhe” che sarebbero i costituenti ultimi della materia e dell’energia, ma forse questo concetto non va molto lontano da ciò che aveva intuito Keplero quando aveva parlato dell’inaudibile “musica” o “armonia delle Sfere” o da ciò che avevano divinato ancor prima i Pitagorici sostenendo che l’universo si fonda su rapporti armonici, cioè su rapporti numerici semplici. Ed è davvero sorprendente quanto lo sviluppo della conoscenza sembri in definitiva un processo circolare nel quale le idee più avanzate della ricerca contemporanea richiamano concezioni tradizionali antichissime.

A questo punto, il cerchio si chiude e tutto torna. Abbiamo visto che Gaetano Kanisza ha individuato una forma di linguaggio naturale (di rapporto non convenzionalistico e intuitivo fra suoni e significati) basato su una forma di sinestesia. Caso strano, la sinestesia sembra essere stata alla base di numerose creazioni artistiche e dell’opera di un genio della musica come Mozart. Gli antichi Celti consideravano il bardo, il cantore, il primo gradino verso il druido; la musica è la prima e più elementare forma di magia. Tolkien ci ha illustrato il potere della musica mediante il quale si compie la creazione. Ancora, l’artista che crea attraverso la parola, ci spiega il Maestro di Oxford, è un sub-creatore chiamato a completare e arricchire la creazione divina. Possiamo poi ancora fare riferimento al Pitagorismo e alla concezione secondo la quale ogni cosa si fonda sul numero e la misura, ma le armoniche musicali che si basano sull’esistenza di rapporti matematici semplici fra le lunghezze delle corde vibranti, sono appunto un esempio di numero e di misura.

Le scuole filosofiche più antiche, dalle origini all’Accademia platonica, e il pitagorismo ne è forse l’esempio più tipico, erano delle scuole allo stesso tempo religiose, e dove l’apprendimento avveniva attraverso una lunga e quasi monastica comunanza di vita dei discepoli con il Maestro. L’insegnamento delle dottrine più importanti era esoterico, ossia riservato ai discepoli, anche se c’era una parte essoterica, cioè rivolta a tutti. Proprio come avveniva nelle scuole vediche dell’India e come nelle scuole druidiche, secondo un costume che forse era già proprio degli Indoeuropei prima della loro separazione in una molteplicità di popoli e culture.

Si ha la sensazione di esserci imbattuti in un frammento di antica sapienza.

Forse, detta o cantata alla maniera degli Ainur tolkieniani, la lingua degli dei echeggia ancora nell’universo e lo fa esistere, e forse se potessimo estendere le nostre percezioni e la nostra coscienza a dimensioni cosmiche o penetrare con esse nell’intimo della materia, potremmo ancora udirla.

[ Articolo pubblicato il 18/02/11 e scritto da “Romnod” ]

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